L’innovazione al servizio dell’economia reale: investire sulle startup per superare la pandemia.

Abbiamo incontrato Edoardo Reggiani, founder della piattaforma di crowdfunding BackToWork, per analizzare lo stato di salute dell’equity crowdfunding e individuare i trend del post Covid.


Quest’anno la pandemia ha stravolto le logiche di investimento, dalla borsa al crowd. Nella tua esperienza quali caratteristiche dell’azienda sono stati privilegiate? Continueranno ad essere rilevanti nel post covid?

Certamente i cambiamenti che questa pandemia ha scatenato negli ultimi mesi sono stati molti e dirompenti, e lo vediamo non solo nell’ecosistema delle startup e pmi italiane, ma su scala globale. 

La prima cosa che bisogna dire però è che, nonostante la pandemia, non sono rallentati gli investimenti verso l’economia reale. I dati di quest’anno, che vedono rispetto al 2019 più aziende finanziate per un ammontare di capitale maggiore di oltre il 25% (quasi 90 Milioni raccolti), dimostrano che non è cambiata la volontà degli investitori di puntare su nuove realtà imprenditoriali. Questo è molto importante non solo come dimostrazione del fatto che il nostro mercato, sebbene ancora di nicchia, stia progredendo verso una maggiore maturità, “uscendo dalla moda”, ma anche per la crescita delle startup stesse e l’impatto che questo ha sull’intero ecosistema imprenditoriale.

Infatti, un maggior flusso di capitali verso queste realtà significa maggiori capitali per ricerca e sviluppo, maggiori risorse a disposizione di imprese che generano posti di lavoro e che aiutano l’intero sistema ad innovarsi. Anche le diverse exit annunciate quest’anno (da Tannico a Lanieri ad esempio) sono un ottimo segnale che dimostra come sempre più ci sia “fame di innovazione”, che si trasforma poi in opportunità per gli investitori nelle fasi early stage. 

Questa pandemia ha sicuramente velocizzato alcuni trend, e molte startup sono state in grado di cogliere velocemente nuove o “riscoperte” esigenze; dall’altro lato però alcuni settori stanno attraversando una crisi veramente profonda, e per quanto la si racconti, non c’è “digitale” che tenga, basti pensare al turismo.

Se molte aziende hanno cambiato il loro modello di business, questa non è necessariamente la risposta a medio-lungo termine. Credo che quelle aziende che già prima di covid avevano tutti gli elementi necessari per sostenere la crescita, partendo per esempio da un team forte, avranno comunque successo. La pandemia non durerà per sempre e gli investitori, che giustamente guardano al medio-lungo periodo, lo sanno.

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Quali settori hanno riscosso maggiore successo? 

Quest’anno particolare, come dicevo prima, ha sicuramente dato una scossa al mercato, e a beneficiarne sono state maggiormente tutte quelle startup che hanno saputo cogliere le nuove opportunità che la pandemia ha generato o che comunque si sono dimostrate abbastanza “solide” da non subirne eccessivamente gli effetti. Dall’altro lato però, come dicevo prima, l’investitore medio è sempre più “preparato” rispetto a questa tipologia di asset class di cui capisce le logiche e in tal senso, almeno sulla nostra piattaforma, ci sono state diverse raccolte interessanti su startup in ambito life science, con magari time to market non brevissimo, ma tanta innovazione nella tecnologia in fase di sviluppo.


Come si sta evolvendo l’investitore crowd? 

Quando si parla di “investitore” crowd in realtà si comprende un ventaglio molto ampio di soggetti, che sempre di più si sta allargando ed evolvendo.

Se agli albori del mercato chi investiva tramite i portali di crowdfunding erano persone vicine all’azienda in raccolta o soggetti particolarmente interessati al mondo dell’innovazione (es. Business angels), sempre di più, grazie anche all’azione di comunicazione ed education messa in atto dai principali portali e da altri player dell’ecosistema, la tipologia di soggetti che decide di diversificare il proprio portafoglio investendo in questa asset class si sta allargando

Questo processo è in atto a diversi livelli, partendo dagli investitori retail che sempre di più stanno prendendo consapevolezza dello strumento (e delle relative opportunità ma anche rischi), fino agli investitori istituzionali (privati e pubblici) che stanno finalmente capendo che il “crowd” può essere un ottimo co-investitore per round interessanti.

Oltre a questi due soggetti nel 2020, grazie anche alla campagna di Fin-Novia, è stato finalmente dimostrato come sia possibile veicolare in maniera strutturata verso l’economia reale e l’innovazione anche l’investimento da parte di soggetti il cui risparmio è gestito da una struttura di private banking.

Grazie infatti alla partnership tra BacktoWork e Intesa Private Banking oltre 230 investitori, con un ticket medio superiore ai 30.000 €, hanno deciso di investire in una delle eccellenze dell’innovazione italiana, e-Novia Spa, supportandone il processo di quotazione.


Ci sono dei fattori bloccanti che rallentano o fermano l’interesse degli investitori? È solo a causa di un progetto non valido o ci sono altre motivazioni?

I motivi per cui una società non riesce a catturare l’interesse degli investitori sono molteplici e molto spesso non dipendono solamente dalla bontà del progetto imprenditoriale. Lanciare e concludere una campagna di equity crowdfunding è spesso per le startup un (primo) esame di maturità. Non solo ci vogliono innovazione e visione, ma anche un progetto ben raccontato e comunicato, un piano credibile e basato su driver ragionati, una governance che sia compatibile con l’ingresso di nuovi soci, etc. Oltre a questo gestire la raccolta richiede un effort notevole da parte dei founder e del management, e il rischio di distogliere troppo l’attenzione dal business è alto. Il nostro consiglio è sempre quello di valutare bene il momento giusto per lanciare una campagna e, qualora non sia abbiano all’interno tutte le competenze necessarie per presentare il progetto al meglio, farsi supportare da professionisti qualificati.

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