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Perché il venture capital in Italia stenta a decollare

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Nonostante qualche segnale positivo, il mercato del venture capital italiano continua a rimanere indietro rispetto agli altri grandi paesi europei. Secondo una recente analisi della Banca d’Italia, esistono cause profonde e strutturali che ne rallentano lo sviluppo. Si tratta di un insieme di fattori che si alimentano a vicenda: scarsa innovazione, dimensioni ridotte dei fondi, difficoltà di uscita per gli investitori e un contesto normativo poco attrattivo per gli operatori internazionali.

L’analisi, lucida e a tratti spietata, non si limita a descrivere il problema ma propone anche alcune leve di intervento per rafforzare l’intero ecosistema. Ecco cosa emerge.

Una crescita timida, guidata dal pubblico

Negli ultimi dieci anni, gli investimenti in venture capital in Italia sono cresciuti di oltre sette volte. Un risultato importante, ma ancora insufficiente se confrontato con altri paesi europei. Tra il 2021 e il 2023, ad esempio, il volume investito in Italia rappresentava appena un quinto di quello registrato in Germania o in Francia.

L’impulso principale è arrivato da CDP Venture Capital, che dal 2019 ha lanciato fondi dedicati alle startup italiane, contribuendo a cambiare passo. Tuttavia, il mercato resta fragile e fortemente dipendente dall’intervento pubblico, un segnale che indica la mancanza di una base solida di investitori privati.

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Il nodo strutturale: pochi capitali, poca innovazione

Una delle principali debolezze riguarda la struttura stessa del settore: in Italia operano solo 39 gestori di fondi VC, per un totale di asset gestiti inferiore ai 3 miliardi di euro. I fondi sono piccoli (in media 70 milioni) e scarsamente alimentati da investitori istituzionali, che in Francia rappresentano il 18% della raccolta, mentre in Italia si fermano al 2%.

Il problema però parte ancora più a monte: la spesa in ricerca e sviluppo da parte delle imprese è solo lo 0,78% del PIL – la metà della Germania – e la produzione di brevetti è molto bassa. Anche le università, pur eccellendo nella ricerca, faticano a trasformare i risultati scientifici in iniziative imprenditoriali, a causa della carenza di strumenti di trasferimento tecnologico efficaci.

Le sfide delle policy: servono riforme strutturali

Il ruolo dello Stato, finora, è stato determinante. CDP ha investito 1,4 miliardi di euro entro il 2023, e prevede di gestirne 8 entro il 2028, con un focus su settori strategici come intelligenza artificiale, salute e tecnologie green. Ma non può bastare.

Secondo la Banca d’Italia, è essenziale intervenire anche sul piano normativo: semplificare le regole per i piccoli gestori, ridurre i costi di compliance e creare condizioni che stimolino una maggiore partecipazione del capitale privato.

In assenza di un’azione corale, il rischio è che l’Italia continui a perdere terreno nel panorama dell’innovazione globale. E con esso, le opportunità di crescita per un’intera generazione di imprese ad alto potenziale.