Intervista a Giancarlo Giudici sul futuro del crowdfunding in Italia

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Giancarlo Giudici, Direttore scientifico Osservatorio Crowdinvesting e Professore Ordinario al Politecnico di Milano, dove dal 2002 insegna Finanza Aziendale nella laurea magistrale in Ingegneria Gestionale e al Master MIP, dove svolge attività di ricerca e di trasferimento tecnologico, con diverse pubblicazioni nazionali e internazionali alle spalle.

Per la sua esperienza come direttore dell’Osservatorio del POLIMI, lo abbiamo intervistato per commentare con lui i risultati del 6° report sul crowdinvesting, ma soprattutto per provare a conoscere meglio lo stato dell’arte del crowdfunding in Italia e le sue prospettive future.

Il nuovo report fotografa una situazione di crescita continua e quasi idilliaca. Vede ombre nel futuro?

All’orizzonte c’è la nuova normativa europea in tema di raccolta di capitale online, che più che un’ombra è un’opportunità sia per dare maggiore uniformità fra piattaforme equity e piattaforme lending, sia per incentivare le piattaforme ad un ‘salto di qualità’ in vista di una competizione che potrebbe allargarsi più facilmente ai portali esteri.

Occorre invece mantenere alta l’attenzione per monitorare il ‘follow-up’ delle campagne di raccolta; che ci siano default e ritardi fa parte delle regole del gioco, ma occorre piena trasparenza, evitare conflitti di interesse e operazioni opportunistiche.

Secondo alcuni commentatori, per avere più investitori, bisognerebbe essere più chiari nel raccontare i business per i quali si cercano investimenti. A riprova proprio il fatto che il real estate cresce più di tutti. Lei sogna un crowd più “economia reale” o più “r&s”?

Il crowdfunding può avere un ruolo importante sia per sostenere i progetti “r&s” sia per le aziende più strutturate. Nel primo caso molte volte è l’unica fonte di finanziamento accessibile per le startup innovative, che per definizione non sono bancabili e che solo in minima parte trovano supporto dai fondi di venture capital e dai business angels.

Nelle PMI più consolidate, il crowdfunding svolge una funzione un po’ diversa, perchè consente (come nel caso dell’immobiliare) di raccogliere una parte del budget di un progetto in poco tempo, attivando una ‘leva’ positiva che consente di far partire le attività e di catalizzare altri investimenti. Nel caso dell’equity crowdfunding, l’apertura al capitale diffuso diventa un primo passo verso la successiva quotazione in Borsa.

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Proviamo a usare la bacchetta magica. Quando vedremo le prime exit?

Nell’ambito immobiliare (trattandosi di operazioni a breve/medio termine) le exit si stanno succedendo regolarmente, con qualche ritardo in pochi casi. Fra le altre PMI e startup, è vero… per ora le exit si contano sulle dita di due mani ma pensiamo che con la pubblicazione dei bilanci 2021 ci saranno nuovi elementi per capire se ci sono aziende che stanno avendo successo e quindi potranno diventare i ‘campioni’ del crowdfunding. Molte aziende hanno già fatto 2-3 round di crowdfunding e probabilmente sono vicine al matrimonio con potenziali acquirenti.

Quali sono le differenze con il mercato estero del crowdfunding, che magari ci consenta di capire un po’ come andrà da noi in futuro?

In Italia il crowdfunding è partito in ritardo rispetto ad altri mercati, ma sta colmando rapidamente il gap. La nuova normativa europea andrà ad annullare quasi completamente le differenze normative quindi ci aspettiamo che l’unico ‘freno’ che potrà penalizzare l’Italia è la scarsa dimestichezza di una parte consistente della popolazione a usare Internet come strumento per investire. Ecco perchè occorre un continua opera di educazione finanziaria, anche in ottica fintech.

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Secondo lei gli operatori come stanno affrontando il mercato unico in arrivo? Forse gli operatori europei sono facilitati fosse anche solo per un fatto di lingua?

Non credo che gli operatori esteri siano più o meno facilitati. Le barriere culturali e linguistiche non esistono solo da noi. A parte rare eccezioni (penso ad esempio ai Paesi baltici) c’è ancora un forte ‘domestic bias’ nella scelta di come investire il denaro e attraverso quali canali.

Come è cambiato l’investitore negli ultimi anni da quando lei lo fotografa con l’osservatorio?

La tipologia dell’investitore medio (maschio, fra 40 e 50 anni) non è cambiata più di tanto e questo è un problema. Il crowdfunding in Italia coinvolge decine di migliaia di persone, a fronte delle milioni potenziali. Torno quindi sull’importanza dell’educazione finanziaria.

Come sono cambiate le startup invece?

Le startup iscritte all’albo (innovative) sono migliaia; il tasso di successo delle racccolte (equity) è aumentato molto, indice che la conoscenza del mercato del capitale e delle pratiche per attrarre investitori sono migliorate, così come è migliorata la capacità dei portali di selezionare le emittenti e di catalizzare l’attenzione degli investitori. Si tratta di un risultato ‘culturale’ importante che ha generato valore per l’ecosistema.

L’ingresso di PMI ha migliorato o peggiorato il mercato, magari inquinandolo con logiche meno innovative?

L’ingresso delle PMI ha consentito l’apertura di nuovi mercati (come quello immobiliare) e probabilmente nel futuro vedremo altri tipi di business low-tech affacciarsi più frequentemente al crowdfunding (penso ad esempio al mondo degli investimenti green, alle società benefit, al commercio B2C).

Nessun inquinamento quindi, ma un arricchimento del mercato; lo strumento del crowdfunding offre una normativa per la raccolta di capitale che può adattarsi a una molteplicità di contesti.

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