Intravides: la realtà aumentata per la sala operatoria

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Intravides è una startup che sviluppa e commercializza soluzioni innovative di realtà aumentata per un utilizzo di immagini mediche all’interno della sala operatoria. Come e da quali esigenze nasce quest’idea?

L’idea di Intravides nasce da un lungo percorso di interazione fra approcci e competenze in diversi ambiti scientifici e commerciali. L’idea originale era quella di sfruttare le ricostruzioni tridimensionali dalle immagini mediche dei pazienti, quindi un’idea di medicina personalizzata, combinata alla nascente teconologia della realtà mista, in ambito medico clinico, ed in particolare neurochirurgico e neurologico.

Questa prima idea, nata nel 2013 dopo un mio grave incidente nel deserto dell’Arabia Saudita, dove lavoravo come ricercatore, ha portato ad un primo prototipo realizzato con Daniya Boges, nostra co Founder saudita che lavorava nel mio team di ricerca come programmatrice. Questa idea è maturata e si è affinata con i progressi tecnologici della realtà aumentata, fino al nostro incontro con Luca Damiani e Matteo Cavalieri, che cercavano in Italia un partner scientifico per sdoganare in sala operatoria l’idea di navigare nella colonna vertebrale di pazienti con patologie discali (ernie del disco ed affini) con l’uso di ologrammi.

Grazie alla loro esperienza commerciale nel settore della realtà aumentata e nella pratica clinica, abbiamo identificato un’esigenza specifica, quella di visualizzare la pianificazione chirurgica di questo tipo di interventi, ed usarla come metodo di guida chirurgica in sala operatoria. Ad oggi siamo entrati in diverse sale operatorie fatto decine di test sul campo, confermando la praticità di utilizzo e l’importanza di sfruttare il nostro prototipo, che velocizza l’esecuzione degli interventi, riduce il numero di radiografie intraoperatorie, migliorando in generale l’esito degli interventi.

Ad oggi, un numero limitato di sale operatorie dispone di sistemi di navigazione avanzati, costosi e con una lunga curva di apprendimento. Intravides apre la strada a strumenti nuovi ad impatto immediato. In che modo intendete diffondere la vostra business idea? Avete in programma partnership o altro?

Un nostro grandissimo punto di forza è indubbiamente la capacità di entrare in sala operatoria, e di avere un prodotto che è già ad oggi utilizzabile in maniera semplice e con minima supervisione. Il primo canale di diffusione pertanto è quello dell’endorsment tramite specialisti del settore; abbiamo già due lettere di supporto da parte delle scuole di Neurochirurgia delle università di Torino e Genova, ed uno dei nostri founder, il dottor Luca Damiani, che ha già creato un network di chirurghi specialisti nella chirurgia della colonna vertebrale che sono sempre più interessati a provare il nostro prodotto. Inoltre diversi chirurghi spinali che operano nel privato hanno già fatto diversi test e sono pronti a farci buona pubblicità.

Le partnership vanno semplicemente formalizzate, ma abbiamo diversi interlocutori che sono pronti a fornirci i loro servizi di distribuzione. Chiaramente parliamo di partnership strategiche per espanderci oltre i confini territoriali, in particolare in Medio Oriente e negli Stati Uniti, dove dei nostri partner sono già in azione per attivare dei contatti scientifici e commerciali.

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Intravides si fonda su “holo surgery”. Come funziona questo software?

Holosurgery è una parte del pacchetto di servizi che offriamo. Si tratta di una piattaforma che consente la visualizzazione e l’interazione con modelli tridimensionali, che possono essere quindi spostati, posizionati, ruotati liberamente nello spazio con l’uso delle proprie mani, proprio come se si stessero muovendo degli oggetti che però possono fluttuare nello spazio. La possibilità di visualizzare punti di ingressi od angoli di ancoraggio di dispositivi chirurgici consente agli specialisti di ricorrere meno di frequente all’uso intraoperatorio di radiografi ed amplificatori di brillanza per verificare il posizionamento di questi dispositivi. Questo riduce la dose di raggi X alle quali sono esposti sia i pazienti che gli operatori di sala, e velocizza l’intervento dato che ad ogni radiografia è necessario spostare lo strumento sul paziente e fare uscire gli operatori.

Ma l’altra potenza di holosurgery è la possibilità di fare videoconferenza con un utente remoto, che connettendosi tramite una piattaforma web può accedere allo streaming video dell’utente che indossa gli occhiali, interagire con lui e condividere documenti ed altro materiale; inoltre l’utente che indossa gli occhiali può visualizzare un pannello che somiglia ad un “televisore volante” tramite il quale può vedere il suo interlocutore.

L’assistenza remota è un capitolo importante, che abbiamo cominciato a sviluppare in piena emergenza covid e ci è valso un premio alla Startcup Piemonte-Valle D’Aosta, e che ora si sta espandendo con il cosiddetto “remote proctoring”, ossia la possibilità di fare training certificato in remoto, necessario per eseguire alcuni interventi particolari o per impiantare dei dispositivi di nuova concezione. Stiamo programmando per la metà di questo mese un test di connessione remota col prof.Marco Agus della Hamad Bin Khalifa University di Doha, Qatar, che fa parte del nostro advisory board.

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Quali sono, se esistono, le possibili applicazioni future di Intravides. Pensate di estendere l’applicazione del software in altri ambiti?

Chiaramente, essendo questa una cosa vera per la realtà aumentata/mista in particolare i limiti alle applicazioni sono solo una questione di immaginazione. La neurochirurgia è per noi un punto di partenza importante, per diverse ragioni legate a motivi tecnici, scientifici e di mercato, ma la prima evoluzione naturale sarà quella della chirurgia ortopedica e la chirurgia oncologica.

Diverse altre startup stanno infatti esplorando queste tecnologie in ambiti affini, e si vedono di tanto in tanto uscire articoli che annunciano “il primo intervento in realtà aumentata”, che magari può essere vero per un particolare settore, ma è assolutamente falso in generale – noi stesso abbiamo fatto il nostro primo intervento in AR, documentato, nel 2018, in tempi non sospetti.

Inoltre, essendo io un professore di Anatomia, ho intenzione di utilizzare questo strumento per l’insegnamento, che reputo essere, dopo l’ambito ludico, l’evoluzione più naturale per questo tipo di tecnologia.

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Avete intrapreso una campagna di equity crowdfunding su BacktoWork24. Perché avete scelto questo sistema di finanziamento e cosa intendete fare con i fondi raccolti?

L’equity crowdfunding per una startup come la nostra che è si early stage, ma con una tecnologia già matura, è lo strumento perfetto per consentirci di avere abbastanza liquidità per accelerare il nostro programma di R&D e sperimentazione clinica e raggiungere un grado di scalabilità che ci permetta di rientrare degli investimenti entro un anno e mezzo.

E questo ci è facilmente possibile grazie ai rapporti diretti che abbiamo con i tanti addetti ai lavori che sono già fermamente convinti del nostro progetto; per esempio, un chirurgo ortopedico ha già partecipato con un ingresso in quote B (cioè con almeno 20k Euro), ed altri hanno già fatto un soft commitment che stiamo aspettando di essere finalizzato.

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