Ecosistema dell’innovazione: la guida alle figure chiave che devi conoscere se vuoi fare Equity Crowdfunding


Che tu sia una startup in cerca di finanziamenti o un investitore che vuole capire come si guadagna col crowdfunding, è essenziale comprendere il contesto in cui andrai a muoverti.

Spesso c’è molta confusione su come funziona il crowdfunding e la paura di compiere mosse azzardate può frenare sia imprenditori che investitori. 

Muoversi in un territorio sconosciuto può infatti generare incertezze e paura di sbagliare, ecco perché con questa guida ti aiuteremo ad orientarti all’interno dell’ecosistema dell’innovazione e a conoscerne i protagonisti.


Cos’è l’ecosistema dell’innovazione

Una startup che punta a presentare sul mercato il proprio prodotto o servizio non è un organismo isolato, ma agisce all’interno di un sistema complesso all’interno del quale coesistono numerosi attori che si relazionano tra loro in un meccanismo di interdipendenza, esattamente come avviene in natura all’interno di quei contesti strutturati che prendono il nome di ecosistemi.

L’importanza dell’innovazione e della ricerca nello sviluppo delle economie nazionali ha fatto sì che proprio i legislatori dei vari paesi si siano riferiti al mondo in cui operano le startup e le imprese innovati con il termine ecosistema. 

Proprio per la loro rilevanza specifica, gli ecosistemi dell’innovazione sono inoltre spesso oggetto di misure economiche e legislative volte a favorirne lo sviluppo. Tra queste vale la pena ricordare Smart Money, il provvedimento adottato dal Governo per favorire l’incontro tra startup e attori dell’ecosistema dell’innovazione attraverso una serie di finanziamenti a fondo perduto.

Oltre quindi a startup e PMI innovative, i principali attori dell’ecosistema dell’innovazione sono:

  • incubatori certificati
  • acceleratori
  • innovation hub
  • organismi di ricerca
  • business angels
  • investitori qualificati


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Incubatori certificati: cosa sono

L’incubatore certificato di startup innovative è una tipologia di impresa che rispetta alcuni requisiti specifici definiti per legge e dettagliati dal Ministero dello Sviluppo Economico.

Nello specifico si tratta di una società di capitali, che offre servizi per sostenere la nascita e lo sviluppo di startup innovative e che:

  • dispone di strutture, anche immobiliari, adeguate ad accogliere startup innovative, quali spazi riservati per poter installare attrezzature di prova, test,verifica o ricerca;
  • dispone di attrezzature adeguate all’attività delle startup innovative, quali sistemi di accesso in banda ultralarga alla rete internet, sale riunioni, macchinari per test, prove o prototipi;
  • è amministrato o diretto da persone di riconosciuta competenza in materia di impresa e innovazione e ha a disposizione una struttura tecnica e di consulenza manageriale permanente;
  • ha regolari rapporti di collaborazione con università, centri di ricerca, istituzioni pubbliche e partner finanziari che svolgono attività e progetti collegati a startup innovative;
  • ha adeguata e comprovata esperienza nell’attività di sostegno a startup innovative.

In funzione del ruolo svolo all’interno dell’ecosistema dell’innovazione e in virtù dei requisiti necessari, agli incubatori certificati vengono inoltre riconosciute specifiche agevolazioni fiscali.


Acceleratori per startup

Se l’incubatore ha il ruolo principale di aiutare i giovani imprenditori a dar forma al proprio progetto nelle fasi inziali di avvio di una startup (la fase cosiddetta early stage), agli acceleratori è riservato il compito di occuparsi delle startup che si trovano in una fase in cui il business, almeno nelle sue parti essenziali, è già avviato.

Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad imprese che mettono a disposizione delle startup una serie di risorse e servizi, in questo caso finalizzati alla crescita e alla conquista in tempi rapidi (da qui il termine acceleratore) del mercato.

A seconda quindi della fase di maturazione in cui la startup si trova ad ad operare potrà scegliere a quale dei due attori rivolgersi per accedere agli strumenti più funzionali al proprio sviluppo. 

L’acceleratore è sicuramente la scelta giusta se il prodotto è già stato testato e prototipato. Inoltre l’acceleratore fa particolarmente al caso di chi ha bisogno di velocizzare specifici processi per ottenere un investimento o rafforzare la propria presenza sul mercato.

In questo senso un esempio virtuoso è Seed Money, il primo acceleratore privato in Italia a proprietà diffusa, che ha fatto dell’equity crowdfunding uno strumento fondamentale per reperire le risorse necessarie a sostenere le startup nelle fasi cruciali di lancio e sviluppo dell’attività imprenditoriale.


Innovation Hub. Cosa sono e a cosa servono

Istituiti a partire dal 2016, nell’ambito del progetto governativo denominato Industria 4.0, gli Innovation Hub hanno il compito di stimolare e promuovere la domanda di innovazione del sistema produttivo, rafforzare il livello di conoscenze e di awareness rispetto alle opportunità offerte dalla digitalizzazione e sono la “porta di accesso” delle imprese al mondo di Industria 4.0.

Gli Innovation Hub inoltre fanno riferimento all’organizzazione di Confindustria e svolgono le loro attività generalmente su base regionale o interregionale, operando direttamente o insieme ad altri attori dell’ecosistema dell’innovazione.

Secondo la definizione di Confindustria le attività degli Innovation Hub sono principalmente finalizzate a:

  • sensibilizzazione e formazione sulle opportunità connesse all’applicazione di tecnologie 4.0, attraverso l’organizzazione di seminari, workshop e visite di studio;
  • assessment della maturità digitale: supporto nell’utilizzo di strumenti di valutazione della maturità digitale, definizione della roadmap per la trasformazione digitale dei processi aziendali e accompagnamento nell’elaborazione di progetti 4.0;
  • orientamento verso l’ecosistema dell’innovazione: competence center nazionali ed europei, smart factory e demo center, fabbriche faro, università, parchi tecnologici, cluster tecnologici, centri di ricerca pubblici e privati, centri di trasferimento tecnologico, incubatori e fablab.


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Organismi di ricerca

Parlando di ecosistema dell’innovazione appare subito evidente il forte legame che l’innovazione stessa ha con la ricerca. La possibilità di portare avanti piani di analisi e sperimentazioni è infatti la premessa alla realizzazione di progetti dalla portata realmente innovativa. 

Altrettanto evidente è come proprio dalla ricerca possano nascere i risultati più significativi e in grado di costituirsi come la spina dorsale delle startup che affronteranno il mercato con prodotti nuovi che aiuteranno l’azienda non solo a conquistare nuove fette di mercato, ma costituiranno un asset fondamentale se adeguatamente protetti e valorizzati dal sistema di tutela della proprietà intellettuale e quindi dei brevetti.

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Ma cosa sono, quindi, gli istituti di ricerca?

Secondo la definizione presente nella Comunicazione della Commissione Europea (2006/C 323/01), gli istituti di ricerca sono enti no profit indipendenti (pubblici o privati) il cui fine consiste nello svolgimento di attività di ricerca, sviluppo tecnologico e diffusione della conoscenza.

Più dettagliatamente, si tratta di soggetti senza fini di lucro la cui finalità principale consiste nello svolgere attività di ricerca di base, di ricerca industriale o di sviluppo sperimentale e nel diffonderne i risultati, mediante l’insegnamento, la pubblicazione o il trasferimento di tecnologie; tutti gli utili sono interamente reinvestiti nelle attività di ricerca, nella diffusione dei loro risultati o nell’insegnamento.

Per la loro rilevanza e per il ruolo sociale che essi svolgono, gli istituti vengono classificati organismi di diritto pubblico, indifferentemente dal fatto che essi siano effettivamente di natura pubblica o privata.

Come tali sono istituiti infatti per soddisfare specificatamente esigenze di interesse generale. Esempi tipici di istituti di ricerca sono le università, i consorzi disciplinari o le fondazioni, ma esiste un ventaglio molto ampio di enti classificati e riconosciuti come tali dal MIUR.


Il crowdfunding e gli investimenti in capitale di rischio

Per una startup che si affaccia all’ecosistema dell’innovazione e, in prospettiva, al mercato, uno dei punti principali da cui partire è la possibilità di reperire fondi per alimentare il proprio progetto.

È proprio in questo solco che si inseriscono tutte le iniziative che hanno a che fare con il crowdfunding in Italia.

Ma facciamo un passo indietro. Anzitutto cerchiamo di capire cos’è il crowdfunding.

In linea generale il crowdfunding può essere definito come una forma di finanziamento “dal basso”, basato sulle risorse finanziarie che un dato gruppo di persone decide di investire in uno specifico progetto.

Quando parliamo di crowdfunding per startup ci riferiamo principalmente all’equity crowdfunding. In questo caso ci troviamo quindi di fronte a una specifica tipologia di raccolta fondi incentrata su un modello equity-based, ossia in cui i finanziatori della startup diventano dei veri e propri azionisti della società su cui decidono di investire.

Per favorire l’incontro tra startup e investitori esistono delle specifiche piattaforme di crowdfunding autorizzate dalla Consob sulle quali le startup possono presentare i propri progetti e lanciare le campagne di fundraising.


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Gli investimenti in equity crowdfunding vengono classificati come operazioni di Private Equity, ossia come investimenti in capitali di rischio.

Con questa definizione ci si riferisce alle forme di partecipazione al capitale azionario di aziende nelle prime fasi di attività dotate di un progetto e di un potenziale sviluppo.

Il capitale di rischio, come tale, rappresenta la somma investita nel progetto della startup da parte del finanziatore e per la quale non è prevista una remunerazione minima. Il funder, quindi, partecipa totalmente al rischio d’impresa per la quota di azioni acquistate.


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Oltre ai semplici risparmiatori privati, da qualche tempo il settore dell’equity crowdfunding sì aperto anche agli investitori professionali, fattore questo che ha determinato una notevole accelerazione alla raccolta di capitali a alla strutturazione del sistema stesso.

Con riferimento a due tipologie di investitori professionali, Business Angels e Investitori Qualificati, il già citato provvedimento Smart Money  ha riservato delle misure straordinarie: le startup potranno richiedere un contributo a fondo perduto pari al 100% del capitale ricevuto da parte di questi investitori.

Proviamo a conoscerli meglio.


Business Angels. Gli angeli custodi delle startup

Quando si parla del mondo delle startup non si può fare a meno di menzionare i Business Angels.

I Business Angels sono degli investitori privati informali (diversi quindi da banche e istituti di credito) che decidono di investire in startup innovative attraverso operazioni venture capital o private equity.

Come il nome stesso suggerisce si tratta di finanziatori che, come veri e propri angeli custodi, prendono a cuore il progetto di business delle startup e decidono di mettere a disposizione risorse finanziare e conoscenze per aiutare le giovani aziende ad avviare il proprio percorso di crescita.

I Business Angels possono essere tanto persone fisiche quanto società di capitali e si occupano delle startup tipicamente nella fase di early stage.

L’attività dei Business Angels, quindi, è molto vicina a quello che potremmo definire un moderno mecenatismo, ed è per questo che essi rivestono un ruolo propulsivo all’interno dell’ecosistema dell’innovazione.

Prendendo sotto la propria ala protettrice le startup fin dalla loro nascita, creano con esse essenzialmente un rapporto fiduciario con reciproci benefici.

Da un lato, la startup si garantisce un portato economico e di competenze diversamente difficilmente ottenibile, dall’altro, il business angel, pur affrontando un investimento potenzialmente rischioso, si assicura la possibilità di ottenere un buon ritorno nel medio termine qualora il progetto riuscisse a ritagliarsi gli spazi di mercato necessari.


Investitori qualificati

L’ultima delle figure che prenderemo in esame è quella dell’investitore qualificato. Una volta lanciata la propria campagna di raccolta su una piattaforma di crowdfunding la startup si apre a un potenziale ventaglio di investitori che, come abbiamo visto, possono andare dalle persone fisiche a realtà più strutturate.

È questo il caso degli investitori che vengono appunto definiti qualificati.

A titolo di esempio possiamo far rientrare in questa categoria banche, compagnie di assicurazione, società di gestione di fondi pensione, incubatori certificati, grandi aziende (con requisiti specifici individuati dalla Consob).

A questo punto hai tutti gli elementi per muovere i tuoi passi all’interno dell’ecosistema dell’innovazione e per iniziare a pensare di lanciare la tua prima campagna di equity crowdfunding.

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